domenica 25 novembre 2012

Magie




In un pomeriggio tiepido i ragazzi erano tutti  in giardino, alle prese con le prime magie. Paolo, seduto sul prato,  consultava un grosso tomo, e sbirciava ogni tanto i traffici di Kevin, che sembrava pronto a combinarne una delle sue.
-         Eccolo lì, sbruffone, che armeggia con la scopa. Cosa si metterà in testa ora? Non vorrà mica … volare?
-         Che ci vuole a farla funzionare questa? Ho già guidato un’auto!
-         Tu, un’auto? A dodici anni?
-         No. Ne ho tredici!
Paolo abbassò gli occhi sul suo libro di magie: Come trasformare un gatto nero…
-         Eccomi pronto alla partenza. Farò un giretto. Frida, vieni a vedere…
-         Guarda che è una scopa, mica ha le marce, come pensi di metterla in moto? Non è neanche un aspirapolvere, niente leve e pulsanti. – Chissà perché dava tanto sui nervi a Paolo quello sciocco vanesio.
-         Certo. Servono le formule. Le so a memoria. Abra…
-         Scusa scusa. – Paolo tornò ad abbassare gli occhi sul suo libro.
-         Eccomi pronto a partire. Uno due tre pronti… – Kevin, a cavallo della scopa, guardava lo spazio oltre il giardino e il bosco con espressione concentrata.
-         Gatto nero…  polvere di drago… pagina 354… - Paolo si tappava le orecchie con le mani, cercando inutilmente di isolarsi dal vociare lì intorno.
-         Viaaaaaa…
Voloooooo….
-         Dove va quel cretino… Però, ce l’ha fatta! – Paolo prese a interessarsi all’impresa -  Eccolo dietro il gelso. Prende velocità… E guarda quelle due oche, lì ad applaudire!
-         Kevin. Oh, dove va Kevin! – esclamò Alice, seriamente preoccupata.
-         Allora, 354… - Paolo era incuriosito, ma non voleva certo che gli altri  notassero il suo interesse.
-         Bravo Kevin! Oh, guardate come va in alto. Com’è vicino al sole! – applaudiva Frida. - Ora però scendi. Ma che fai… Sterzaaaaa…
-         Prendere un gatto nero, un pizzico di polvere di drago… - Paolo ritornò alle sue formule. -  Ma che succede, cos’è questo rumore? Meglio che vada a vedere.
-         Paolo! Corri, corri! Si è schiantato contro il ciliegio!
Eccolo, Kevin, appeso a un ramo, con le gambe penzoloni, che urlava. E urlavano anche le bambine, agitate.
-         Ci penso io, come al solito. Venite, Frida e Alice. Ci sono delle balle di paglia nella vecchia stalla. Aiutatemi, mettiamole qui, sì così.
Ora lasciati andare, grande pilota.
-         Scemo.

In una nuvola di polvere e pagliuzze, Kevin atterrò.
-         Ecco, sei salvo. Ora posso tornare ai miei libri, se mi lasciate in pace.
Frida spalmò la pomata trovata a casa della strega, “pomata per bozzi causati da incidenti della scopa volante contro il ciliegio”, e massaggiò amorevolmente la fronte del povero Kevin, mortificato per non aver saputo dire per tempo Abracadabragirareadestra ed essersi trovato contro l’albero, miseramente impigliato ad un ramo a dieci metri da terra.
Il motivo per cui non era arrivato a tempo era che Frida dal basso sorrideva e applaudiva, e diceva bravo bravo, e lui si era distratto e emozionato.
E questa debolezza non avrebbe potuto spiegarla né a Frida né agli altri amici.
La pomata spalmata da Frida ammansì Kevin. Che si riconciliò rapidamente con lo stizzoso Paolo e col mondo.

Dopo mezz’ora era di nuovo in piedi, e i riccioli neri  incolti nascondevano il bozzo sulla fronte. La strega non si sarebbe accorta di niente.
-         Paolo, ti do una  mano, vuoi?
-         Questa non è roba per piloti. Ci sono formule scritte in lingue incomprensibili, bisogna capire, interpretare…Ok, vieni. Dobbiamo cercare polvere di drago, coda di rospo… controlliamo i barattoli nella stanza di Mafalda. E parliamo piano, che Belzebù non si insospettisca… 
Trovati tutti gli ingredienti, li pesarono col bilancino, poi soffiarono la polverina impalpabile sull’ignaro Belzebù, che ronfava acciambellato al sole.
Ed eccolo in un attimo trasformato in un coniglietto bianco, piccolo come Ice.
Alice non fece in tempo ad esclamare: - Che carino, vieni vieni...  – desiderosa di coccolarlo e farlo giocare, che arrivò al galoppo Maya, ansimante. Non avevano previsto questa incompatibilità. Maya voleva a tutti i costi catturare il coniglietto, e non  sembrava avesse buone intenzioni. Lo inseguì per tutto il giardino e il cortile, e poi in casa, fino a che la preda si rifugiò nella casetta delle Barbie di Alice. Maya restò a piantonare con impegno la stanzetta, annusando il pavimento sotto la porta.
-         E’ ora di restituire a Belzebù la sua dignità di gatto. – decise Paolo. – Oltretutto è l’animale preferito di Mafalda; tra un po’ ritorna, e se mai si accorge di cosa è successo…
-         E come fare? Qui nel formulario ci sono le istruzioni gatto – coniglio, ma non coniglio – gatto!
-         Sarebbe stato il caso di sincerarsene prima!- avrebbe voluto dire Kevin, ma ritenne opportuno tacere.  
Si misero a frugare fra i libri di magia, fino a che trovarono il libro degli antidoti, e Belzebù fu salvo. Se ne restò offeso per un giorno intero in solaio.  

Mentre Paolo, Kevin e Frida consultavano i libri magici, Alice prese anche lei un volume, “Manuale per la preparazione di mele avvelenate” e, scimmiottando i grandi, fece finta di leggere le formule, ché lei leggere non sapeva ancora, avendo solo cinque anni. Sfogliando il testo, trovò quale segnalibro un pezzettino di stoffa azzurra, spiegazzata e macchiata di muffa. Sventolò lo straccetto, che all’aria diventò sempre più grande e si afflosciò a terra. Un lenzuolo di seta azzurra? Ma qualcosa si muoveva sotto la stoffa. Due gambette secche inguainate in una calzamaglia azzurra anch’essa spuntarono fuori dal lenzuolo.  E i bambini si trovano di fronte a  un autentico principe azzurro. E il lenzuolo non era nient’altro che il suo mantello.
-         Grazie, grazie. Da secoli stavo in quel libro. Ma lei dov’è? – e cominciò a guardarsi intorno, senza dedicare grande attenzione ai ragazzi.
-         Lei chi?
-         Come chi? La principessa!
I bambini si scambiarono degli sguardi perplessi.
-         Guarda che stai facendo confusione. Qui ci siamo solo noi, e tra poco arriva Mafalda, e ti consiglio si starle alla larga. Questa non è una storia di principi e principesse, ma di streghe, bambini e animali.
-         Ma chi è questa splendida fanciulla dai riccioli fulvi? – e ridacchiava coprendosi la bocca con la mano -  Che simpatiche efelidi! Che buffo, una principessa dai capelli rossi! Vi ho riconosciuta nonostante l’inconsueto abbigliamento - e fece un buffo inchino dinnanzi a Frida, in tuta da ginnastica, che se la rideva di tante moine.
-         Inconsueto abbigliamento il mio? – si stupì Frida, guardando le gambette inguainate nella seta azzurra.   
Kevin, irritato, si sarebbe detto quasi geloso, si fece avanti:
-         Forse non siamo stati chiari: questo non è posto per te. – Non era cortese, ma quel tontolone in calzamaglia con un ridicolo pagliaccetto rigonfio sul sedere non gli stava niente simpatico. – Poi abbiamo da fare, dobbiamo andare a riparare la scopa volante, rimettere a posto formulari e ampolle: quando torna Mafalda dev’essere tutto a posto. Non abbiamo tempo per te.  Se vuoi puoi fermarti a far merenda con noi, poi te ne torni bravo bravo nel tuo libro.
-         No, non voglio – pestò i piedi il principino imbronciato. – Lasciatemi almeno provare questa, così potrò dire di aver adempiuto al mio compito… - mostrò una scarpina di cristallo. Permette, fanciulla?
-         Frida non accennava a togliersi le scarpe da ginnastica
-         Questo è il primo rifiuto, tutte le fanciulle vogliono provare la scarpina, nella speranza di diventare regine!
Pazienza. Andrò  per il mondo a cercare Lei…
-         Ma sei pazzo? Vestito così?
-         Darai nell’occhio, ti chiederanno da dove vieni, e magari racconterai di noi, e ci toccherà tornare a casa. E noi qui ci divertiamo troppo.
Il principino piagnucolava, continuava con i suoi voglio voglio… soffiandosi rumorosamente il naso con la mantellina. I ragazzi non ne potevano più.
Determinante fu qui l’intervento  di Alice (anche a lei era venuto  a noia il principe frignone), che ebbe un’intuizione felice:  premette il pulsante di spegnimento del telecomando. Clic. Con gran sollievo di tutti, il principe sparì.



Merende:

Torta di nocciole

Ingredienti:
2 etti per ognuno sei seguenti  ingredienti:
zucchero, burro, farina, nocciole tostate e tritate.
Un tuorlo.
Un cucchiaino di lievito per dolci.

Disporre a fontana farina e lievito, nocciole, zucchero, burro ammorbidito e uovo. Mescolare-
Cuocere a 180-200 gradi per mezz’ora.

Con lo stesso impasto si possono fare i baci di dama, formando delle palline da disporre distanziate fra loro sulla carta da  forno. Unire le palline poi con cioccolato al latte o fondente sciolto in un tegamino con l’aggiunta di poco latte.
I baci di dama devono cuocere pochissimo, 10 minuti…




Torta di amaretti

Ingredienti:
3 uova
1 etto di burro
2 etti di zucchero
1,5 etti di farina
1,5 etti di fecola
Mezzo bicchiere di marsala
3 amaretti
Una bustina di lievito

Mescolare il burro ammorbidito a temperatura ambiente e lo zucchero. Aggiungere i tuorli e poi gli altri ingredienti.
Cuocere a 180 gradi per 30-35 minuti. 

Morgana

Il maggior divertimento per i bambini era giocare con gli animali e occuparsi di loro. Addirittura non si erano neppur presi briga di accendere il computer, e presto abbandonarono anche la play.  Troppi erano i divertimenti in quella casa. Erano diventati un gruppo affiatato durante la prigionia, nonostante ogni tanto venissero fuori le inspiegate ostilità tra Paolo e Kevin, e nonostante Alice si incaponisse a voler partecipare a giochi per grandi. Ormai Frida  faceva parte della combriccola a pieno titolo, dispiaciuta solo di non potersi fermare più a lungo con loro, dovendo ritornare a casa la sera. Beneficiava anche della cucina; infatti i ragazzi le tenevano da parte sempre una porzione di ogni specialità.
Ice era guarito. Ora le attenzioni dei ragazzi erano rivolte a Morgana, di cui osservavano le pigre e superbe movenze.  Alice diceva che faceva un po’ paura con quella pelle verdastra e lucida simil-viscida, dando così un’idea geniale ai soci: avrebbero dipinto Morgana. Trovarono delle tempere, ma erano disponibili pochi colori. Decisero che il rosso e il nero potevano bastare. Dipinsero sulla schiena della paziente Morgana un vestito rosso brillante con dei pallini neri, il capino diventò nero. La coda così lunga rappresentava un problema: le coccinelle non hanno coda. La dipinsero di nero, ma poi, non contenti, coprirono col rosso, e poi di nuovo col nero. Infine, soddisfatti, si premiarono con una abbondante merenda a base di latte e torta al  cioccolato. Diedero a Morgana un topo extra, se lo era meritato visto che si era comportata così bene. I ragazzi si erano messi in testa che gradisse il nuovo look, anche se l’animale non faceva alcunché per dimostrarlo,   e risero come matti immaginando faccia che avrebbe fatto la strega al suo ritorno.     


L'inganno


Mafalda era stanca. Sentiva il peso dei suoi 353 anni. I bambini le davano un gran da fare, per via della cucina e della spesa. Doveva persino fare il bucato. I primi tempi Alice rifiutava di indossare i suoi abitini rosa arricciati se non perfettamente stirati.  Ma una strega è una strega, mica una casalinga, mica una zia, mica una mamma, mica una nonna. Una strega ha una sua dignità! Che diamine, quei tre delinquenti si erano impossessati della sua vita. Mangiavano a quattro palmenti - il che fa anche rima -, apprezzando per carità le sue doti di cuoca, riconoscimento a cui teneva molto. Insomma, assorbivano tutte le sue energie, stravolgevano la sua identità. Non aveva più le sembianze inquietanti descritte sull’enciclopedia o su Wikipedia alla voce “strega”.
Non li sopportava più.
La stanchezza le stava giocando brutti scherzi. C’erano un sacco di oggetti fuori posto per la casa: aveva trovato le scope magiche in cucina, mentre lei le aveva messe nel ripostiglio, ne era certa. Qualcuno doveva aver spostato agli alambicchi. Erano spariti gli unguenti magici. Poi i libri, gli abiti…tutto fuori posto.
A volte  uno strano miagolio la svegliava di notte, ma Belzebù era sempre tranquillo ai suoi piedi. Lei si riaddormentava confusa.
Per non parlare del cibo. Le sembrava che le scorte finissero anzitempo…
Era forse… esaurita? Non osava neppur pronunciare questa parola. Esaurita! Non si doveva sapere in giro, una simile debolezza non sarebbe stata tollerata nel mondo della magia. Non sarebbe stata più considerata una strega affidabile: quando mai si era mai vista una strega depressa!

Ma la crisi di Mafalda raggiunse il culmine allorché, tornando  a casa una sera,  e si trovò di fronte la povera Morgana….rossa coi pallini neri, vestita da coccinella: la sua Morgana, così repellente, così spaventosa, l’essere che più amava! Cosa poteva essere successo a Morgana? E cosa poteva essere successo a lei, Mafalda?
Scoppiò in pianto dirotto, cosa che non le era  capitata una sola volta in 353 anni, quando la sua Maestra, la strega Berengaria, fu mandata al rogo. Si sedette a terra, col viso fra le mani. Belzebù  si strusciava contro i suoi abiti e Maya le leccava le mani, nel tentativo inutile di consolarla. Morgana, a tutto ciò indifferente, coerente col sangue freddo di un lucertolone, se ne tornò annoiata sotto il divano: iguana o coccinella, di tutto ciò non le poteva importar di meno.
La strega si alzò e andò ad adempiere alle consuete incombenze  serali. La cena per i pargoli… e avrebbero dovuto accontentarsi di minestra di ricotta e frittata, veloci da cucinare. La strega non ce la faceva più.
-         Strega, cosa succede? Niente agnolotti stasera?
-         Che voglia di involtini…
-         E niente dolce? Di torta al cioccolato non ne hai più? Davvero l’abbiamo mangiata tutta? Strano. - E si strizzavano l’occhio, da una gabbia all’altra.
-         Ma Mafalda, sei pallida. Che succede? Ti senti bene?- chiese Paolo con voce finto-preoccupata. Come sanno essere crudeli a volte i bambini!
-         Il fatto che io non mi senta bene non vi autorizza a chiamarmi per nome. A proposito, come fate a conoscerlo?
-         L’abbiamo letto…  - e Paolo si morse la lingua. Nel libro di ricette magiche, stava per dire.
-         Ce l’hai detto tu, non ricordi? – Alice, furbetta, stava venendo su bene alla scuola dei grandi.
-         Io? Non ricordo? La mia povera testa dolente…
Ma ora a letto, non vi sopporto più. Sono stanca, filate.

Mafalda prese una tisana di erbe speciali, quella usata per Biancaneve e pure per la bella addormentata…roba di primissima…Ne preparò una dose in grado di far dormire un dinosauro, ma non ci fu nulla da fare, non riusciva a prender sonno, tanto era disturbata dagli ultimi avvenimenti. E quei ragazzini non la convincevano: non accusavano il minimo trauma da rapimento o da prigionia, erano ubbidienti, sempre contenti, troppo gentili con lei, non cercavano mai la mamma, non parlavano mai di tornare a casa… Poi, troppo svegli… non gliela raccontavano giusta…
Mentre cercava di prendere sonno, rimuginando su Morgana vestita da coccinella e  scope volanti fuori posto. Era già alla terza tazza di tisana, ed ecco i soliti rumori. Ma c’era più trambusto del solito. Sentiva chiaramente dei passi, un parlottare di  bambini… e questo sì, era inconfondibilmente il riso di Alice.  Sentì aprire la porta d’ingresso, che lei aveva sprangato con cura come al solito. Ed ecco il miagolio…
Allucinazioni?
-         Furfanti, vi ho scoperto! Ora arrivo, e vi farò vedere ben io di cosa è capace la strega Mafalda!
Una strega non può, neppure nelle emergenze, presentarsi in camicia da notte ai suoi prigionieri, sarebbe disdicevole… Quindi Mafalda indossò una vestaglia lisa e si avvolse nello scialletto. Prese il lume e, facendo schermo con la mano, scese giù al pian terreno, seguendo le voci. 
Ed eccoli là, in cucina.
-          Ma come hanno  fatto a liberarsi!
I ragazzi, perfettamente a proprio agio come fossero stati i padroni di casa, avevano già preso dal congelatore una decina di dozzine di agnolotti e il sugo di stufato, e si apprestavano a fare uno spuntino notturno.
-          Certo, poveri bambini, stasera gli ho preparato una cena un po’ leggera! Ma che faccio, mi faccio prendere dai sentimentalismi?
Ma quella cos’è? Cosa vedono i miei occhi? Una bottiglia di barolo? E dell’annata migliore, brutti furfanti! No, sciagurati, che fate,  ad Alice il vino no, è piccola! Ecco lì le cose buone che ho cominciato a preparare per tempo per il sabba. Certo che le mie scorte finiscono! Finiscono sul serio, questi mi stanno svuotando la dispensa! Certo che ora capisco tutto, altro che stranezze, altro che esaurimento!  
Mafalda era diventata tutta rossa, i tratti del viso tirati, i pugni serrati, sembrava stesse per esplodere:  
-         e Morgana, e gli oggetti fuori posto…
-         Ancora due agnolotti, Frida? Buoni vero? E’ davvero una grande cuoca Mafalda!
-         Ma  sentili! Grande cuoca! Potete ben dirlo! E quella bambina dai capelli rossi arruffati, chi è? Ha un aspetto familiare. Ecco, avevo ben sentito aprire la porta. I miei prigionieri la fanno da padroni, invitano i loro ospiti, e tutti insieme festeggiano con le mie cibarie. E io, Mafalda, la terribile Mafalda, la più vecchia, la più abile, la più temuta di tutte le streghe, devo fare questa ignobile fine? Ingannata e derisa da questi mocciosi…

La  strega era esasperata. La rabbia le rodeva dentro, incontenibile, mitigata solo dai complimenti che aveva sentito. Aveva tirato su così bene i ragazzi: li aveva rifocillati e nutriti a dovere, intrattenuti con giochi e letture edificanti, e loro… maledetti inutili mammoni, cresciuti a patatine e televisione! Aveva preparato loro il bagnetto verde con acciughe e aglio, la torta di cioccolato con pinoli e uvetta, quando questi marmocchi erano abituati a nient’altro che minestrine di dado e pollo arrosto del supermercato! E lei, sciocca, si era lasciata lusingare del loro entusiasmo alimentare! Ripulivano i piatti col pane lasciandoli puliti e lustri, che avrebbe potuto non lavarli! E lei, meschina, quasi si commuoveva a quella vista!
-         Queste gioie non sono per noi streghe! Lusinghe fuorvianti, si perde divista l’obbiettivo. Come ho fatto! Stolta, ingenua! Io li rimpinzavo, e questi pensavano a come liberarsi e, ancor peggio, a come mettere in naso nei miei segreti! Devo trattenermi, devo cercare di placare la mia ira. Ora mi ritiro nella mia stanza a studiare con calma la vendetta. La più terribile delle vendette.
La strega si addormentò, nonostante l’arrabbiatura. In fondo era contenta di sapere che non aveva l’esaurimento e non era stressata, ma solo vittima di bambini che in fondo… erano in gamba, in grado di darle del filo da torcere. Sì, coraggiosi e astuti i marmocchi! Da qualche secolo non trovava qualcuno con cui combattere, tutti avevano troppa paura di lei, e l’idea di uno scontro… la stuzzicava assai.

I bambini stavano finendo il loro pasto, pulendo ben bene col pane i piatti che avevano contenuto gli squisiti agnolotti, quando Alice:
-         Una lucina, guardate, in fondo alla scala…
-         Io non vedo niente. Vi avevo detto di non farla bere…
-         Ho bevuto solo un goccio. E quella era una luce, sicuro. Mi sa che era lei!
Kevin tranquillizzò gli amici:
-         Non può essere.  Si è fatta una dose di tisana maxi. Io ho aggiunto anche un po’ di sonnifero, non si sa mai.
-         Certo che stasera era stanca, e triste  - era di nuovo Alice a parlare. – Mi dispiace, poverina. Non avremo esagerato con gli scherzi? No, al gattino il barolo no, diamogli dell’altro latte…
-         Macchè poverina! - Paolo si era fatto serio -  Se ci scoprisse, chissà cosa ci farebbe! Cosa vi credete? Che ci tenga qui  per mangiare  i suoi agnolotti?
-         Mica lo sa. Li mangiamo di nascosto.
-         Ma quanto può durare questa storia? Avete visto  che pentoloni ci sono qui? Sono enormi. Cosa ci può mettere?
-         Magari le servono per cucinare per tanta gente, per le sue feste.
-         Lasciamo perdere, non capite, siete proprio dei bambini. Cambiamo argomento.
-         Allora che si fa? Giochiamo con i tarocchi di Mafalda? O proviamo qualche nuova formula magica?






Agnolotti

Ingredienti:
Per il brasato:
Un pezzo di manzo per stufato
Aglio
Pancetta
Alloro
Chiodi di garofano
Una cipollina
Barbera
Per la pasta:
farina, uova, acqua tiepida
per il ripieno:
uova
formaggio grana
erbette bollite, insaporite in padella con burro.
Un pezzo di salsiccia, cotto in padella con le erbette.

Preparare lo stufato il giorno prima: praticare delle incisioni  nella carne, e inserire pezzetti di aglio e pancetta.  Infilare i chiodi di garofano nella cipollina. Cuocere la carne con i gusti. Dopo la rosolatura versare un bicchiere di vino. Cuocere aggiungendo brodo, o acqua e dado.
Tritare lo stufato, la verdure e la salsiccia, e mescolare con le uova e il grana grattugiato, salare.
Impastare.
Distribuire il ripieno  sulla sfoglia. Meglio fare gli agnolotti  usando solo  la rotella, e non lo stampo, ottenendo così forme meno regolari.
Condire col sugo di cottura
Varianti per il condimento: mettere nel  sugo un po’ della carne tritata. Oppure: usare il vino come condimento. Oppure burro e salvia, oppure un sugo di carne tipo ragù.
Si possono cucinare anche in brodo. 

La vendetta




Si alzò presto la strega, il mattino dopo. Senza neppur preparare la colazione ai bambini, si mise subito al lavoro, con rinnovata energia: tirò fuori due degli enormi pentoloni, preparò carote e cipolle, cercò i barattoli di aromi, frugò a lungo nella dispensa e tornò una bottiglia di olio verdastro e una di aceto nero. Sistemò per bene il tutto  sul ripiano della cucina. La  rabbia aveva lasciato il posto alla solita efficienza. Era tornata la Mafalda di sempre.
Con una rapida occhiata controllò che ci fosse tutto, fingendosi ignara della presenza di sei occhi che la osservavano preoccupati da dietro lo  stipite della porta. Alice, fra Paolo e Kevin, si succhiava il pollice.
Andò a cambiarsi. Si preparò con cura insolita, e questo non faceva presagire nulla di  buono. Mise un nuovo abito, del tutto uguale al precedente, nero e lacero e informe, ma meno puzzolente. Si raccolse i capelli arruffati in un crocchio che avrebbe nascosto sotto il cappello a larghe falde, e poi preparò le borse di vimini e di tela, e il carrello della spesa. Si trattava di uno di quei borsoni dotati di rotelle e di maniglia di metallo che alcune massaie utilizzano per non sollevare pesi al supermercato. Chiuse le porte  con nuovi lucchetti.  Si avviò quindi  per la stradina, diretta nella direzione opposta alla città. Camminava lenta, curva, trascinandosi dietro il carrello.
I bambini la seguirono con gli occhi nel suo percorso, osservando così preoccupati da non proferir verbo. E Mafalda sentiva quegli sguardi su di lei. Per tutta la mattina i ragazzi non curiosarono in giro, non fecero le solite chiacchiere stupide, non prepararono scherzi idioti, e consolarono Alice. Che  per la prima volta disse: voglio la mamma.

Mafalda ritornò in tarda mattinata, con un le borse strapiene. Tante verdure colorate. Trovò  Kevin, Paolo e Alice seduti al tavolo della cucina, pallidi e spauriti. Se ne stavano a capo basso, chini sui loro libri. Non si stupì di trovarli lì, fuori dalle loro prigioni,  e loro non si curarono, per la prima volta, di venire scoperti. L’inganno era svelato.
Mafalda si avvicinò ai cassetti, aprì, rovistò un po’ e si girò verso i bambini; quello che teneva in mano  era proprio un coltellaccio. Leggeva il terrore nei loro occhi…
-         Ti prego, Alice no! E’ così piccola…- implorò Paolo, tremante.
-         Voi due, voglio voi. -  Mafalda si rivolgeva ai due grandi.
I ragazzi erano paralizzati dalla paura. Mafalda alzò il coltello, dirigendosi verso Kevin, che individuava come primo responsabile di lazzi e derisioni.  Quest’ultimo aveva perso l’abituale baldanza e se ne stava lì immobile come una statua. -
-         Vi siete presi gioco di me? Vi siete divertiti, vero?
Mafalda sentiva il rumore dei denti che battevano tra loro.
-         Avete verniciato la povera Morgana come un pagliaccio, vero?
Come godeva Mafalda, di fronte a quelle fronti imperlate di sudore!
-         Vi siete appropriati dei miei unguenti? Efficaci, vero?  Vi siete divertiti con i miei libri? Avete rubato le mie formule, il mio sapere! Bene, bene…
Kevin e Paolo tremavano, e non riuscivano a distogliere lo sguardo dalla lama luccicante.
-         Ma ora basta con le parole. E’ giunto il vostro momento.
Ecco, a te – disse Mafalda, porgendo il coltello a Kevin. -  Qui ci sono le verdure da tagliare, mangiapane a tradimento che non sei altro. Ed ecco un coltello anche per te, Paolo. E’ ora che vi mettiate a fare qualcosa
Alice, tu laverai gli ortaggi, con la lama potresti farti male, ha ragione tuo fratello.
-         Ma tu sapevi, dall’inizio!
-         Pensavate mica di riuscire a ingannarmi? Ho finto di non capire per vedere fino a che punto sareste arrivati.

Si misero al lavoro e prepararono insieme l’antipasto di verdure, secondo l’antica ricetta di Mafalda. Si unì a loro Frida, che li raggiunse come al solito all’uscita da scuola.  
-         Quale miglior vendetta nei confronti di questi fannulloni! Il lavoro! Punizione esemplare! E sommamente educativa!
I ragazzi lavorarono sodo. Raccolsero pomodori, fagiolini e peperoni nell’orto (da aggiungere agli ortaggi acquistati da Mafalda), tagliarono chili di verdure, setacciarono e  mescolarono salse fumanti.
Mentre cucinavano, la strega raccontò del villaggio in cui si recava per la spesa. Descriveva il mercato, il negozio di erbe magiche, il vivaio… e intanto mescolava la salsa di pomodoro. Non vedeva l’ora di tornare la domenica dopo per la fiera. Ci sarebbero state tante attrazioni: giocolieri, saltimbanchi, mangiafuoco… I bambini non erano mai stati ad una fiera e non volevano assolutamente perdersela; mentre pelavano cipolline e affettavano carote rimuginavano  su come poter fuggire e raggiungere il villaggio.  Infine stanchi, sudati, con le mani arrossate e gli abiti che puzzavano di aceto… si sedettero a tavola con Mafalda per assaggiare l’antipasto: inutile dirlo, squisito! Con le verdure a tocchetti ancora ben sode e la predominanza del gusto delle cipolline e dei peperoni…  Grande Mafalda!

Ammansita dalla laboriosità umile dei ragazzi, nonché dai complimenti ricevuti per le sue qualità di cuoca, la strega fece un grande gesto di rappacificazione:
-         Non fatevi neppure passare per la mente di fuggire per andare alla fiera. 
Paolo e Kevin si scambiarono uno sguardo complice: come aveva potuto Mafalda intuire il loro progetto?
-         Non ci andrete da soli, ci sono troppi pericoli. Cos’avete capito? Non per voi… Se vi scoprono, ne andrò di mezzo anch’io. Vi ci porterò io, così vi terrò d’occhio. – In realtà pregustava il piacere di guidare i bambini, i suoi bambini, in un mondo di fiaba, di assistere al loro stupore e alle loro risa.








Antipasto di verdure

Ingredienti:
3 kg di pomodori
Mezzo kg di ognuna delle seguenti verdure:
carote, sedano, cornette, cipolline, peperoni.
2 bicchieri di olio
2 bicchieri di aceto
5 grammi di polvere per conserva

Far bollire i pomodori per un’ora e passarli al setaccio. Mettere il passato sul fuoco con olio e aceto. Quando bolle aggiungere le carote a pezzetti, far bollire 15 minuti e poi aggiungere le altre verdure a pezzetti. Cuocere il tutto un’ora.
Lasciar raffreddare e aggiungere la polvere. Mettere nei vasetti e coprire con dischetti di carta oleata.
Per evitare l’uso di conservanti,  è possibile sterilizzare i vasetti a bagnomaria.

Il villaggio



La domenica mattina erano tutti pronti all’impresa: Alice era ben nascosta nel carrello per la spesa, in cui erano stati praticati dei fori in corrispondenza degli  occhi. La strega, con Alice,  si avviò a piedi. Paolo e Kevin, allegri e eccitati, si recarono per conto loro alla fermata del bus, dove li raggiunse  Frida, proveniente dalla cascina. Non fecero il cammino tutti insieme per non dare nell’occhio. Mafalda aveva deciso di fidarsi dei tre grandi perché sapeva che la loro curiosità era tanta: non sarebbero certo fuggiti via senza vedere la fiera.
Si erano dati appuntamento alle porte del paesino arrampicato sulla collina. Sembrava uscito da un libro di storia medievale, così circondato da alte mura, addossato ad un vecchio tetro castello. Arrivarono per primi i ragazzi, che si fermarono ad ascoltare il frastuono della festa: suoni, canti e risa.
Osservavano incuriositi i passanti diretti al borgo: videro passare una contadina con un pesante fardello sulla testa, e poi un carretto carico di legna portato da un asinello. Sicuramente l’asinello c’entrava coi giochi… Paolo cercò di accarezzarlo, l’uomo alla guida urlò parole sgarbate e incomprensibili. Che strano dialetto!

Mafalda  si fermò in prossimità del portone di accesso al villaggio, che interrompeva le mura alte e impenetrabili. Nascosta dietro ad una pianta, fece uscire Alice dal borsone, e cominciò a frugare. Tirò fuori delle giacchette lise dai colori spenti, mantelli neri e cappellacci flosci. Insistette per un paio di pantaloni informi anche per Frida, che non fece storie, incurante dell’estetica. Accettarono tutti con allegria il travestimento, pensando facesse parte del gioco, pregustando chissà quali gare e divertimenti. Solo Alice respinse irremovibile gli stracci spiegazzati, e rimase con suo vestitino rosa da bambola. Avrebbero cercato di nasconderla sotto i mantelli. Mafalda fu l’unica a non aver bisogno di travestimenti. Tirò  fuori per ultimo dal borsone - che doveva essere magico per contenere tanti oggetti - una cesta piena di mele, che si mise al braccio, tenendo con la mano libera, ben stretta a sé, Alice. Lasciò la borsa non gli abiti dei bimbi ben nascosta dietro l’albero. Formavano ora una comitiva ben omogenea: la strega e le sue povere vittime, immagine inquietante… Ma Kevin non riuscì a trattenere il riso:
-         Oh, guarda, la strega…
La strega cattiva…
-         Sarà forse la strega di Biancaneve? – Paolo si prestava al gioco.
-         Ehi strega, brutta strega, ce l’hai ancora una mela per me? – e Kevin intanto allungava una mano veloce.
-         Fermi lì, furfanti, non mi rovinate la messa in scena! Giù le mani dal mio cesto, guai se mettete fuori posto le mie mele!
-         Ecco, te l’ho presa!
-         E io?
-         Smettetela! Sono le sue mele! Ma… ne posso prendere una anch’io? Per piacere – Alice chiedeva per piacere, funzionava quasi sempre…

Entrarono nel villaggio. Mafalda si fece strada tra una folla di persone vestite stranamente, come loro d’altronde, e dall’aspetto poco curato: capelli grigi e unti, denti guasti e abiti sciatti. La cosa si faceva interessante per i ragazzi. Passavano davanti a botteghe buie e anguste, in cui si vendevano generi alimentari ma anche oggetti strani, in legno e ferro battuto, tessuti fatti a mano, erbe magiche…
-         Che puzza!
-         Zitta Alice, non è educazione. -  La redarguì Paolo, scansando una secchiellata d’acqua – se acqua era…-proveniente da una finestra. -  Che strane abitudini in questo borgo…
Passarono davanti ad un omone alto, grosso e panciuto, con enormi muscoli nelle braccia e nelle spalle, che lavorava ad un’incudine di fronte alla sua bottega. A torso nudo picchiava un enorme martello su di un ferro rovente. I loro occhi si incontrarono, e lui si fermò un attimo.
-         Venerdì? – Chiese l’uomo.
-         Venerdì. – Mafalda annuì misteriosa.
-         Venerdì cosa? – Alice curiosa fece capolino da sotto gli stracci della vecchia.
-         La festa. 
-         Ma non ci avevi detto che era per venerdì. E’ invitato anche il fabbro?
-         Certo. – Mafalda abbassò la voce: - E’ l’orco.
-         Ooooo, l’orco! – Kevin non era stupito. Voleva solo fare lo spiritoso. Non le credeva.
-         Certo, l’orco. Un giorno lo conoscerete… e non farete più i furbi.

Arrivarono sulla grande piazza. E lì  una meraviglia dietro l’altra.         
Ecco un giocoliere con l’abito  verde e giallo che lanciava e riprendeva delle palle di cuoio. Kevin si affiancò e ci provò anche lui, usando tre mele della strega, che tornavano sempre con precisione nelle sue mani. I ragazzi rimasero a bocca aperta! Si  formò un capannello di curiosi che applaudivano il ragazzo, lanciandogli anche qualche moneta.
-         Ehi, ma che roba è? Mele magiche? – chiese il giocoliere vero spintonando Kevin – Pussa via, questo è il mio posto. E sbrigati, se non vuoi che ti sistemi per le feste. Le mele lasciale pure qui, che mi possono essere utili, qualunque sia il trucco. E anche le monete. E ora sparisci, vai…
Che strana idea del divertimento avevano in quel luogo! Non doveva essere solo un gioco? Kevin era perplesso.  Mafalda lo tirò via in tutta fretta, presagendo grane…
Ma subito furono attratti da altre meraviglie. Un uomo che sputava fuoco. E poi musici e cantori in ogni angolo.
C’erano balle di paglia distribuite sulla piazza, come a definire un percorso. Dei ragazzini venivano bendati. Questa volta fu Frida a farsi avanti. Si trattava di inseguire un maialino e catturarlo. Gli altri furono travolti dalla folla e la persero di vista, ma dopo mezz’ora la videro arrivare più sporca e lacera che mai, ma trionfante, con un maialino poco più grande di Ice in braccio.  

Una vecchia leggeva le carte, e Mafalda non potè resistere e si avvicinò, con espressione ostile:
-         Impostora! Non sei una strega! Ti prendi gioco di questa nobile arte, e di noi…
La gente intorno si allontanò guardandola spaventata… La cartomante alzò gli occhi:
-         La strega!
E tutti  intorno:
-         E’ lei la riconosco!
-         La strega Mafalda!
-         Al rogo, al rogo!
-         Prendetela!
-         Attenti ai suoi poteri!
Mafalda alzò l’indice adulto e rinsecchito e cominciò a recitare una delle sue formule…
Ma mani e braccia si levarono intorno, e lei, schiacciata fra tanta gente non riuscì più a parlare. Un mantello buttato sulla sua testa la zittì definitivamente.
-         Al rogo? che vogliono dire? – Chiese Kevin, per nulla intimorito  dal momento difficile
-         Ma perché ce l’avete con lei? Che vi ha fatto? – Paolo cercava di fare ragionare quelle strane genti.
Un coro di voci rispose:
-         Quanti malefici ha fatto…
-         La peste!
-         La carestia!
-         Quanti bambini si è portata via!
-         Ma cosa dite, pensa solo a cucinare! E poi è una salutista, che abbia causato la peste ci fa strano! -  allargò le braccia Paolo.
-         Ma voi cosa volete?  Le tenete la parte? Non state mica con lei?
-         Ma no, è lui che è un po’ tonto! non lo vedete, che faccia!
-         Ehi,  cosa stai dicendo? Cosa sarei io?
-         Non fiatare, Paolo, altrimenti mi sa che qui c’è da  lasciarci la pelle tutti quanti!  
Kevin se ne stava in disparte guardando perplesso la bottiglia che aveva appena rubato a uno degli artisti e pensò che non c’era altra via di scampo. Aveva idea di cosa doveva essere quel liquido misterioso. Si riempì la  bocca senza ingoiare, e subito soffiò. Una enorme nube di fuoco riempì lo spiazzo, e gli astanti fuggirono tossendo, con gli abiti bruciacchiati.
-         Ma come, è già ora del rogo? – chiese un passante.
-         Ma no, è uno dei ragazzini che stanno con lei. Via via, è già pronto a sputare altro fuoco. Qui ci fa arrosto tutti, altro che rogo. Scappiamo.
Mentre Kevin armeggiava con la bottiglia, dando a vedere che era pronto a bere un altro sorso, Paolo soccorse Mafalda, che nella gran confusione era cascata a gambe all’aria; la liberò dal mantello in cui l’avevano imprigionata, la aiutò ad alzarsi  e se la tirò dietro per i vicoli più nascosti. Kevin trascinò via Alice, che stava applaudendo, non avendo ben capito cosa succedeva, e Frida li seguì col suo maialino. 
Usciti dalle mura, ritrovarono  il silenzio e la pace. Si avviarono verso l’albero che custodiva i loro abiti di tutti i giorni.
Si guardarono indietro, verso il borgo di fiaba. Mafalda si girò verso l’alto. Quale altra novità? A una finestra della torre del castello si intravedeva una figura dietro i vetri: la fisionomia di una uomo anziano, piccolo e curvo. Tutti alzarono gli occhi. Sembrava proprio che il vecchio stesse guardando verso di loro, e in particolare verso  Frida, che indossava ancora gli stracci antichi di foggia maschile e in quel momento si stava tirando via il cappellaccio e sciogliendo i bei riccioli rosso tiziano. Si volsero tutti verso Mafalda, la cui espressione  si fece pensierosa:
-         Barbablù.

Il pifferaio



Sulla via del ritorno dalla fiera videro una strana processione di bambini attraversare i prati.  Seguivano un giovane che suonava il flauto, e procedevano  ondeggiando e danzando con movimenti goffi e sgraziati.
-         Dove vanno,  Mafalda? Sembrano ubriachi, che strana danza!
-         La loro danza finirà presto.- rispose seria. - Quello lo conosco bene…
-         Il musicista?
-         E’ il pifferaio di Hamelin.
-         E chi è mai?
-         Ma nessuno vi racconta fiabe? Dove vivete, marmocchi?
-         Allora racconta tu, Mafalda.
-         Il pifferaio di Hamelin offrì i suoi servigi alle autorità per liberare una città dai topi. Con una musica magica li attirò e condusse fuori delle mura. Si presentò al podestà per ricevere il compenso pattuito, e questi non lo pagò. Il pifferaio allora si vendicò. Prese di nuovo il suo strumento, riprese a suonare e attirò…
-         Il podestà?
-         No, attirò i bambini della città, che incantati dalla sua musica lo seguirono fino alla montagna  magica in cui li rinchiuse, e non tornarono più. Pare siano tutti morti.
-         No…
-         Sì. Neanche noi streghe siamo state mai capaci di simili atrocità.
-         E dici che è proprio lui,  quell’omino mingherlino che saltella ridicolo là davanti? Non sembra essere affatto pericoloso.
-         Dubitate delle mie parole?
-         Non volevamo dir questo.
-         Che aspettiamo? Dobbiamo far qualcosa, o moriranno tutti! – Kevin sembrava già in agitazione.
-         Kevin che fai, cosa cerchi nella mia sporta?
Dopo aver frugato un po’ estrasse un sasso bianco, di almeno cinque centimetri di diametro.
-         Ecco cosa cercavo. Un sasso magico. So che nei ha sempre dietro qualcuno.
-         Certo.  Prendilo, ma mi raccomando…
Quel mi raccomando non mancava mai, e diceva tutto e niente…
Nel frattempo la processione danzante si era allontanata.
-         Ma dove vanno Mafalda? Non ci sono montagne qui vicino! Là in fondo cosa c’è?
-         Il fiume.
-         Allora  bisogna andare, non c’è tempo da perdere!

Kevin cominciò a correre a perdifiato verso il codazzo di bimbi, stringendo stretta in pugno la pietra fatata.
Gli amici lo incitavano e lo sostenevano:
-         Corri veloce!
-         Salvali tu!
-         Stai attento!
-         Più veloce!
-         Ma come puoi farcela da solo!
Intanto Kevin correva, seguito dalla fida Maya, che pensava in verità ad un gioco, e si aspettava il lancio della sua pallina.
In un battibaleno raggiunse i bambini, che stavano ponendo fine al loro  cammino in riva al fiume. Erano vestiti come i personaggi delle fiabe, con tristi pantaloni  a metà polpaccio, camicie ampie e gilè; le bambine portavano gonne lunghe e cuffiette, da cui spuntavano lunghe trecce. Continuavano a scuotere braccia e gambe in quella stana danza, seguendo ritmi antichi. Non si accorsero neppure di Kevin, che indisturbato si avvicinò  al pifferaio per prendere meglio  la mira col suo sasso.
-         Fiu fiu  fiu.
Non voleva ucciderlo, ma solo tramortirlo, per mandare a casa i ragazzi. Questione di un  attimo.
-         Fiu fiu fiu.
Ecco, alzò la mano. Restò fermo per un istante, e poi abbassò il braccio. Osservava il sasso, e non capiva a cosa avrebbe dovuto servire, non ricordava nulla. Perché era lì? E intanto la sue gambe si muovevano da sole. Un due tre passettini… Cosa gli succedeva? Non era più lui.
-         Fiu fiu fiu.
Kevin aveva paura? Non aveva  paura mai di nessuno. Kevin che diava le ingiustizie…
-         Fiu fiu fiu.
Tre passetti e un balzo più lungo.
Kevin odiava le ingiustizie, le cattiverie. Era sempre pronto ad andare in aiuto dei più deboli…
-         Fiu fiu fiu.

La testa confusa, i sensi ottenebrati, le gambe che si muovevano come quelle di un burattino dirette verso la riva del fiume… Le mani insensibili mollarono la presa.
Il sasso magico rotolò a terra.
Rotolò, rotolò.
Il sasso si fermò contro un piede.
Il piede di un bambino.
Un piede ben fermo. Uno degli unici due piedi ben fermi.
E una mano raccolse il sasso.
Maya spiccò un eroico balzo lungo dieci metri, o forse un po’ meno, comunque un eroico lungo balzo, e il pifferaio cadde a terra, e prima che cercasse di rialzarsi la mano di bambino lanciò.
La musica era cessata, e i bambini ubriachi e storditi rallentarono i movimenti fino  fermarsi, e cominciarono a guardarsi intorno spersi.
-         Tornatevene a casa veloci. Lasciatevi il fiume alle spalle. Seguite la direzione verso la pieve, la vedete là, poi verso le torri del castello.  No, non potete farcela, fiato sprecato… - era una bambino a parlare, Paolo.  Si  girò verso il cane:
-         Maya, guidali tu.
Maya se ne andava scodinzolando in giro con la pietra magica in bocca; ubbidì subito, ché per lei un gregge da sorvegliare era anche meglio di una pallina.
-         Mi sa che ci penseranno poi i genitori a fargli riprendere bene i sensi, a suon di sculaccioni.
Paolo versò una borraccia di acqua fredda in testa all’amico.
-         Grazie - la voce di Kevin era mogia e mortificata come non mai. – come hai fatto?
-         Facile. Alza gli occhi!
-         Paolo sei un mito! L’MP3? Come ti è venuto in mente?
-         Veramente ce l’ho sempre dietro e… è servito  per non sentire fiu fiu fiu. Dai non prendertela!
-         Sono stato un fesso. Che vergogna!
-         Sì, vero, proprio fesso. Però magari si può diventare eroi lo stesso dopo una fesseria.
-         Credi?
-         Intendi la fesseria o il fatto che diventi eroe?
-         Tutt’e due. Credo possa esserci una fesseria e il diventare eroi, insieme.
-         Poi si può anche diventare scienziati sbagliando un compito di matematica.
-         Ma io non ho mai sbagliato un compito.
-         Male. E’ educativo sbagliare qualcosa sai…
-         Buffone.
-         Ehi, guarda, intanto che noi stiamo qui a chiacchierare, quello cerca di alzarsi.

In effetti il pifferaio cominciava a muoversi e a tastarsi il bozzo sulla fronte. I due amici ritornarono all’opera.
Kevin prese il flauto, lo appoggio al ginocchio e lo spezzò in due. E poi lo buttò a terra e lo pestò per bene con i piedi, facendolo in mille pezzi.
-         Ora l’omino è innocuo però…
-         Però ci vorrebbe una lezione.
-         Ucciderlo, no, ma una bella  lezione…
Paolo sorrise, e si sfilò le cuffie MP3, le sistemò all’omino. Prima di inserire l’apparecchietto in tasca al pifferaio  regolò il volume al massimo.
Presero la via di ritorno.
-         Trenta secondi e inizia la musica.
-         Cosa sentirà?
-         Marilyn Manson.
Scoppiarono a ridere.
Passati trenta secondi, udirono delle urla folli, si voltarono e videro il musicista saltare in piedi. Si mise a correre sempre urlando, non capendo qual era la magia che gli faceva esplodere quegli orrendi rumori in testa…
Cercò inutilmente quiete tuffandosi e testa in giù in un mucchio di letame, ma le cuffiette non si sfilarono, restarono bel salde nelle sue orecchie.
-         Kevin, senti… Ma a te piaceva quella musica lagnosa, quella del pifferaio?
-         Mica me la ricordo.
-         Però ballavi così bene, che carino eri.
-         Smettila.
-         Un due tre e un balzo… dai, così…
E saltellando goffi e ridendo, tornarono dalla strega.
In tempo per uno spuntino.




Torta di verdure  colorata

Ingredienti:
Un disco di pasta sfoglia pronta
2,5- 3 hg di ricotta
3-4 uova
2 Verdure di colori diversi, secondo i gusti personali:
ad esempio carote e zucchine, o carote  e spinaci.

Bollire le verdure separatamente
Per renderle più gustose (soprattutto per spinaci e zucchine) è possibile saltarle in padella con qualche gusto.
Mescolare ricotta, formaggio grattugiato e uova, e salare. Aggiungere l’impasto separatamente alle due verdure.
A questo punto allargare il disco di pasta in una teglia e disporre una parte dell’impasto, costruendo il disegno voluto (una stella, un fiore, un albero di natale). Riempire gli spazi rimasti con la seconda verdura.
Cuocere in forno.